Negli ultimi anni l’Italia ha cercato di regolamentare l’ingresso di lavoratori stranieri non-UE attraverso la cosiddetta disciplina dei Decreti Flussi (Decreto Flussi), un sistema dapprima annuale adesso triennale di quote per lavoratori stagionali e non stagionali. L’obiettivo dichiarato è quello di rispondere alla domanda di manodopera in settori chiave dell’economia, ridurre il lavoro irregolare e favorire canali legali di ingresso. Tuttavia, numerose criticità emergono dall’applicazione pratica di questo meccanismo, sollevando dubbi sulla sua efficacia concreta.
Uno dei principali problemi riguarda la conversione delle quote stanziate in ingressi reali. Nonostante l’espansione numerica delle quote previste nei Decreti Flussi (ad esempio nel triennio 2023–2025 erano previste oltre 450.000 quote e nel nuovo ciclo 2026–2028 quasi 500.000), i dati effettivi raccontano un’altra storia. Secondo diverse analisi, solo una piccola parte delle quote si traduce in permessi di soggiorno e lavoro regolari rilasciati: nel 2024, ad esempio, solo circa il 7,8 % delle quote assegnate si è concretizzato in permessi rilasciati, e nel 2023 un esito simile si è visto con poco più del 13 % delle quote effettivamente trasformate in permessi.
Questi scarsi risultati dipendono da procedure amministrative lente, tempi prolungati per il rilascio di visti dopo il nulla osta e un sistema operativo che non riesce a incrociare velocemente domanda e offerta di lavoro.
Le procedure di gestione dei flussi, dalla presentazione delle domande al click day, fino al rilascio del visto presso le ambasciate e al rilascio del permesso di soggiorno, sono lunghe e complesse. Questo comporta che molti lavoratori arrivino quando l’offerta di lavoro è già scaduta, oppure che le imprese rinuncino alla procedura perché i tempi non coincidono con le esigenze stagionali o di breve periodo.
In alcuni casi, i lavoratori si trovano in Italia senza contratto di lavoro o permesso valido proprio perché il datore non completa tutte le fasi fino alla stipula effettiva del contratto, generando irregolarità nonostante l’ingresso legale.
Le procedure lunghe e poco trasparenti favoriscono, secondo osservatori e ONG, pratiche improprie. Alcuni lavoratori pagano intermediari o “broker” somme ingenti per ottenere offerte di lavoro all’estero, solo per scoprire poi che l’azienda non esiste o non stipula il contratto previsto dal nulla osta. Questo lascia molte persone in debito, senza un’occupazione reale e con rischio di irregolarità.
Inoltre, la complessità del sistema può incentivare percorsi illegali o l’ingresso attraverso canali non regolamentati, aumentando così la vulnerabilità dei lavoratori rispetto a fenomeni di sfruttamento e caporalato.
Enti e organizzazioni sindacali hanno segnalato che alcune esclusive normative, come l’esclusione di patronati dalle procedure di presentazione delle domande di nulla osta, complicano ulteriormente l’accesso regolare al lavoro e scaricano costi aggiuntivi su imprese e famiglie.
Nonostante il Governo abbia varato nuovi decreti per rendere più efficiente il sistema e rispondere alle esigenze di mercato, resta aperta la questione di una riforma strutturale che renda il meccanismo realmente efficace, trasparente e coerente con il lavoro delle imprese italiane.
Il Decreto Flussi rappresenta un tentativo importante di gestire l’immigrazione di lavoratori stranieri in modo regolamentato. Tuttavia, le difficoltà operative, la bassa conversione delle quote in permessi effettivi, le lungaggini burocratiche e i rischi di abusi evidenziano limiti significativi nell’attuale sistema. Una revisione profonda, che semplifichi le procedure e rafforzi i meccanismi di tutela per lavoratori e imprese, appare essenziale per far sì che questo strumento possa davvero rispondere alle esigenze del mercato del lavoro italiano.
